Vocazione maggioritaria

Siamo approdati ad un sistema bipolare: due grandi partiti tra loro opposti, due partiti minori ma agguerriti associati ai maggiori, una formazione che prova a presidiare una nicchia al centro.

In queste condizioni un partito che si propone come forza di governo non può che avere una vocazione maggioritaria. Intesa non come capacità di attrarre il 50% degli elettori più 1, ma di porsi a capo di uno schieramento sociale (sociale, prima che di partiti) che raccolga la maggioranza dei consensi.

Lo sfortunato “ma anche” veltroniano non era altro che l’ambizione di accogliere e integrare posizioni diverse, ché senza questo sforzo non si mette insieme una grande forza, ma al massimo un partitino-nicchia da 2%. Un partito a vocazione maggioritaria dev’essere ecumenico, necessariamente ecumenico.

Questa è una sfida difficile per chiunque, lo sarà specialmente per il PD. Anche per quello che ha in mente Ignazio Marino. Da una parte si vuole sconfiggere la tentazione di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, deludendo tutti, dall’altra è radicato il timore che qualsiasi posizione decisa e precisa produca una spaccatura. Non sono convinto che basti il ricorso alle decisioni a maggioranza e lo spirito lealista di chi si trovasse in minoranza. Avrà anche avuto ragione il San Matteo citato ieri alla Camera del Lavoro di Milano (“sì è sì, no è no, il resto è del maligno”), ma come strumento politico del ventunesimo secolo pare piuttosto rudimentale. Penso piuttosto che si debba lavorare molto perché su certe posizioni si faccia lo sforzo di spiegare e creare il consenso, anziché sperare di raccoglierlo.

Fare un partito a vocazione maggioritaria significa candidarsi alla guida di una Nazione con lo spirito di far salire a bordo la maggior parte delle intelligenze attive (quella parte di società che Carboni chiama “cittadinanza competente”), non di navigare a zigzag sperando di incontrarne accidentalmente il favore. Esiste un dovere della leadership che impone di non inseguire il target, ma di crearlo. Anziché sperare di fare un prodotto politico che intercetti il bisogno del target, è necessario fare innovazione politica per soddisfare un bisogno inespresso, sopito o inconsapevole nella coscienza dei cittadini.

Abbiamo un candidato

Noi che siamo stufi del conformismo. Noi che vogliamo poter scegliere i nostri deputati e senatori. Noi che non siamo interessati al potere per il potere. Noi che pensiamo che sia possibile cambiare – in meglio – l’Italia. Noi che siamo contro il qualunquismo, contro la rassegnazione, contro l’idea che “tanto sono tutti uguali”.

Ecco, noi adesso abbiamo un candidato. Si chiama Ignazio Marino. Ha la freschezza di uno che ha vissuto e lavorato in giro per il mondo, che sa poco di apparati, di compromessi e di equilibri di potere. Ha una visione, è determinato, ha un’idea di come fare.

Non è un messia, è venuto fuori da noi perché noi lo stavamo cercando, perché noi siamo la comunità che gli assomiglia, che ha il suo ottimismo, che trova le sue idee semplici e belle e fatica a capire perché un partito democratico non le abbia sostenute con coerenza.

Ben arrivato, Ignazio. Ti stavamo aspettando.